Il vostro Capo vi ringrazia?

Se leggendo la domanda qui sopra vi siete dovuti fermare un attimo a pensare, la risposta è “probabilmente no”.

Peccato perché una “semplice” parola a volte può facilitare la risoluzione di molte situazioni problematiche, contribuendo a creare un clima migliore.

Si è sicuramente parlato molto della necessità per il leader di un gruppo di rimanere, anche controvoglia, forzatamente “separato” dagli altri per evitare confusione o fraintendimenti. Ma troppe volte la giusta distanza dettata dai differenti ruoli diventa una vera e propria “separazione relazionale”, con tutte le complicazioni del caso.

“Perché ringraziare? Sono pagati per farlo!”

Sarà anche vero, ma nessuno ha specificato “come” farlo. Dare per scontato che la motivazione dei propri collaboratori sia sempre al massimo è un errore, e uno dei pilastri della motivazione al lavoro è che il “riconoscimento” di quanto fatto non sia soltanto economico ma passi anche da elementi di soddisfazione e realizzazione che non possono prescindere dalla buona valutazione del “Capo”. Ognuno avrà poi maggiori fattori di “spinta” sia esterni che personali tipicamente variabili, ma la costante è che in un ambiente dove quello che viene fatto non sembra essere apprezzato anche il collaboratore inizialmente più motivato finirà per fare soltanto il minimo necessario a “non avere grane”. Ovvero l’esatto opposto della motivazione, sicuramente pericoloso anche in termini di crescita del gruppo “Inutile che ti dai tanto da fare, che qui non ti dice grazie nessuno…”

“E se poi…”

Il timore diffuso della tipologia di manager che “non ringrazia mai” alla fine è sempre lo stesso: perdita di autorità dettata dall’allentamento della tensione gerarchica e confusione di ruoli fra “valutato” e “valutatore”, dimenticando che quello che serve realmente ad un buon “Capo” è semmai l’autorevolezza. Difficilmente un collaboratore che si senta apprezzato, e che viva quindi una situazione lavorativa positiva, deciderà volontariamente di andare a compromettere una relazione che percepisce come gradevole e vantaggiosa: piuttosto, si impegnerà per riuscire a mantenerla e svilupparla potenziando nel percorso le proprie competenze ed aumentando la propria autonomia. In fondo, a chi non piace sentirsi dire “grazie, hai fatto un ottimo lavoro?”

“Ah, basta questo? Allora…”

No, purtroppo la “parolina magica” non è sufficiente. Ma si tratta sicuramente di un ottimo inizio, anche per tutti gli altri elementi che riesce a sottendere: attenzione alla persona oltre l’elemento strettamente produttivo, cura e sviluppo della relazione con ogni singolo collaboratore, possibilità di confronto (e non necessariamente conflitto) rispetto alle aspettative reciproche.

“Ma in fondo lo sanno, che bisogno c’è di dirlo…”

Dire “grazie” non servirà a molto se non siamo all’interno di un contesto coerente: tutti abbiamo fatto esperienza di “grazie” detti al posto di “era l’ora che lo facessi” oppure “scusami se anche questa volta ho approfittato di te”, e decisamente non hanno lo stesso impatto. Peggio ancora può andare con la classica comunicazione formale a fine anno sulla falsariga di “vorrei ringraziarvi per il prezioso contributo fornito…”, specialmente se tutti i presenti ricordano ancora fin troppo bene il “modo” in cui è stato richiesto quel contributo.

In questa ottica, un vero “grazie” è quasi più un punto di arrivo: avrà un vero potere solo se tutte le altre condizioni sono state precedentemente rispettate.

Ma da qualcosa bisogna sempre cominciare, e a mio modo di vedere non dare più per scontato il riconoscimento di un contributo può essere un ottimo inizio. E secondo voi? Ringraziare, sul posto di lavoro, può fare una differenza? 

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