Si torna al lavoro… ma c’è un pericolo per le aziende nel rapporto con le proprie persone

E’ una battaglia difficile”, “Ci servono eroi”, “Dobbiamo essere tutti uniti per superare questo grave momento di difficoltà”. Ma ha senso la similitudine fra i “tempi del coronavirus” ed una guerra,  anche in ambito lavorativo? E ora che la fase di emergenza più pura si avvia al termine, e si avvicina il momento in cui cominciare a pensare a scenari che vadano oltre la gestione del presente, come faranno le aziende a comunicare alle proprie persone le “cattive notizie”senza dare l’impressione che “l’essere tutti nella stessa barca” andasse bene solo fino a ieri? Come tutelare lo  spirito di appartenenza (e la produttività) ?

“Ma come fanno a non capire che…”

Uno scenario sostanzialmente più difficile non potrà  essere affrontato efficacemente da una leadership autoritaria ed una comunicazione aggressiva, “tentazione” sempre in agguato perché l’assenza di risposte certe andrà ad intaccare maggiormente proprio le capacità di guida di quelle figure che già prima non erano in grado di generare un buon livello di fiducia nei propri collaboratori, che a loro volta potrebbero risultare particolarmente suscettibili rispetto ad alcune richieste aziendali data la diffusa percezione legata ad un periodo negativo.

Da “eroi” a “reduci”

Vedo come forte difficoltà per molte aziende nell’immediato futuro riuscire a mantenere uniti e produttivi i propri team di lavoro soprattutto quando scelte strategiche di ampio respiro si tradurranno in ricadute operative molto pratiche, necessariamente diverse per singoli casi  e quasi mai buone per tutte le situazioni: come farà il capo a chiedere di tornare fisicamente al lavoro a coloro che ancora si sentono in pericolo? Come convincere a rivedere le proprie disponibilità quelli che già pregustavano le classiche ferie ad Agosto, a favore di una possibile ma non certa ripresa lavorativa? E come comunicare una cassa integrazione, magari proprio dopo aver chiesto sforzi maggiori durante il periodo di emergenza? Non sarà facile farlo, soprattutto in nome di un ipotetico obiettivo aziendale che non per forza sarà condiviso, e a seguito di un periodo che con tutta probabilità ha aumentato la sensazione di distanza fra i bisogni aziendali e quelli personali.

Il pericolo è che la percezione diffusa diventi quella di aver fatto tutto quanto richiesto nel momento del bisogno per venire ricompensati “dopo” unicamente con la richiesta di maggiori sacrifici, sollevando dubbi su chi si stia effettivamente caricando il costo finale di un momento sicuramente difficile per tutta l’azienda: un ben poco entusiasmante passaggio da “eroe” a “reduce”, con tutte le conseguenze ipotizzabili rispetto all’efficacia del gruppo e del singolo.

Comunicare bene in un momento di difficoltà non è mai scontato, e la percezione di non trovare nessun tipo di disponibilità nell’interlocutore potrebbe essere a sua volta generata da un reale irrigidimento provocato da comunicazioni fin troppo brusche e “calate” dall’alto: proprio per questo una piena disponibilità all’ascolto ed al confronto non può mancare, proprio per non correre il rischio che a livello percettivo si passi fin troppo rapidamente da “lottiamo fianco a fianco” ad un più prosaico “armiamoci e partite”.

Proprio questo trovo molto fastidioso della metafora “guerresca” applicata all’azienda: inevitabilmente, ogni volta che l’altro non comprende i nostri bisogni e non li trasforma in priorità rischia di diventare il nemico, con cui si può soltanto lottare.

 

 

Se invece che vincere si cercasse di con-vincere forse il risultato finale potrebbe essere, seppure imperfetto, accettabile per entrambe le parti. Ed anche quando un compromesso non fosse possibile, rimarrebbe comunque la consapevolezza condivisa di averci provato.

Ma per fare questo servono generose dosi di ascolto da parte di tutti i soggetti coinvolti, e magari la disponibilità a sperimentare soluzioni davvero nuove. E se da un lato questo probabile “scollamento” può anche essere facilmente ignorato nel breve periodo, quale sarà il costo a lungo termine?

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