“Tutto come prima, solo via chat”. O forse no?

Qualche giorno fa, un interessante articolo di Giovanni Lucarelli mi ha fatto riflettere su una sostanziale verità connessa all’attuale situazione lavorativa di molti che non ero ancora riuscito pienamente a definire: altro che “smart”, l’emergenza coronavirus ha semplicemente costretto molti di noi a lavorare “da remoto”!

Che trovarsi all’improvviso costretti ad utilizzare una modalità di lavoro ben poco conosciuta possa portare incertezze e problematiche non è un grande mistero, ma superato lo scoglio tecnologico ed organizzativo resta comunque aperta una domanda: possiamo davvero riuscire a fare “tutto”, da remoto?

Non sto parlando delle pratiche quotidiane né delle “normali” difficoltà dovute alla condivisione degli spazi con i familiari, alla dilatazione dei tempi di lavoro (che rischiano, visto che tanto siamo “smart”, di protrarsi ben oltre i soliti limiti…) o della oggettiva difficoltà a concentrarsi sulla propria attività mentre si sta vivendo una situazione drammatica e del tutto eccezionale: penso piuttosto alle problematiche che ogni team di lavoro dovrà affrontare in una situazione di separazione forzata che sembra purtroppo destinata a prolungarsi nel tempo.

Anche con le migliori intenzioni rispetto alla gestione dei compiti e dei tempi, alcune criticità saranno purtroppo inevitabili: tutti gli aspetti “intangibili” legati direttamente alla comunicazione ed all’intelligenza emotiva dei singoli membri sono necessariamente messi alla prova dall’attuale contesto.

Moltissime realtà stanno segnalando di poter continuare a svolgere le loro attività quotidiane grazie all’implementazione dello smart working, e questo dato a mio parere è fortemente positivo non solo per l’operatività dell’azienda ma anche dal punto di vista della routine dei singoli individui.

Non è però davvero possibile affermare che “tutto continua come al solito, solo via chat”. Pensate ad un manager che voglia chiarire bene le modalità di svolgimento di un compito con un collaboratore, o alla gestione di un pur banale fraintendimento fra colleghi: sarà davvero “come prima”?

Il mezzo che scegliamo per trasmettere un determinato messaggio per forza di cose lo influenza, e adesso che i mezzi sono “obbligati” e necessariamente un poco più artificiali il rischio di sbagliare modo e tono della comunicazione si fa davvero concreto.

Per questo adesso ogni team ed ogni leader dovranno anche preoccuparsi di esercitare le proprie capacità di comunicazione e ascolto in maniera mirata, non solo in ottica di superamento delle attuali difficoltà operative ma dedicando parte delle proprie energie anche ad una vera e propria “manutenzione” di quanto considerato come già acquisito e forse ormai ritenuto banale, quel collante indefinibile che permette ad ogni buon gruppo di essere “qualcosa di più e di diverso” di una somma della sue singole parti.

Passato il primo impatto della novità sentiremo per forza di cose la mancanza di tutti quei piccoli ma fondamentali “tocchi personali” che possono fare l’effettiva differenza all’interno di un gruppo di lavoro, e sarà necessario trovare o inventare modi nuovi per contrastare l’inevitabile senso di scollamento da quello che è l’obiettivo della squadra e dell’azienda. Per questo motivo dovremo preoccuparci, oltre che di efficacia e di efficienza, anche del senso di appartenenza delle persone che compongono il team, e cominciare a dare davvero attenzione a tanti elementi che, seppure pienamente personali, avranno sempre di più una ricaduta in termini lavorativi.

Al termine di queste considerazioni, una domanda: state già mettendo in atto “qualcosa” per mantenere unito ed efficace il vostro team forzatamente “smart”?

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