“In una realtà come la nostra la formazione non serve a niente!”

La frase del titolo viene spesso associata a tutta una serie di realtà aziendali, medio-piccole come dimensioni,  individuate anche dalla frase “qui basta che le persone lavorino, non abbiamo davvero tempo da perdere con la formazione”.

In realtà questo elemento è un pregiudizio, diffuso sia all’interno di una certa categoria di titolari che fra gli stessi operatori della formazione, legato sostanzialmente alla convinzione che solo realtà strutturate possano davvero avere necessità  e sostanziali “ritorni” da progetti formativi mirati allo sviluppo delle competenze trasversali. Un po’ come dire che con le “piccole” non sia davvero possibile ipotizzare percorsi di sviluppo, o se preferite come sostenere che determinate problematiche organizzative e relazionali non possano pesare granché in alcune realtà.

La discussione, puramente teorica, potrebbe andare avanti per molto tempo, iniziando sicuramente da una considerazione connessa ai costi ed ai benefici. Ma preferirei raccontarvi una mia recente esperienza.

“C’era una volta una piccola azienda…”

…che contava una decina di addetti, oltre la titolarità. Il nostro primo contatto è avvenuto in maniera quasi casuale, e non è stato esattamente improntato ad aspettative “alte”: un passato progetto formativo che “non si era dimostrato assolutamente all’altezza” ed un rapporto formatore-aula praticamente inesistente avevano lasciato sul campo una serie di problematiche, prima fra tutte una diffusa sfiducia nell’utilizzo della formazione come strumento. Ma il titolare sentiva fortemente il bisogno di intervenire su di una serie di atteggiamenti e comportamenti che, seppure non problematici presi singolarmente, stavano da qualche tempo portando un forte impatto sul clima all’interno dell’azienda, rendendo più faticoso (e meno produttivo) il lavoro di tutti: voleva un corso che “risolvesse un po’ le cose”.

Fortunatamente rifiutarsi di proporre un intervento “a pacchetto”, standardizzato, è stato il primo passo azzeccato: ci siamo incontrati, abbiamo parlato, abbiamo discusso. Non solo con il titolare, ma anche con alcuni dei futuri corsisti. Abbiamo dedicato del tempo a capire “cosa” era stato già fatto e perché non aveva funzionato, e ad ipotizzare “come” avrebbero reagito le persone a qualcosa di profondamente diverso da quanto avevano già sperimentato. Definire obiettivi concreti e realistici per sostituire quel generico e poco utile “hanno bisogno di lavorare meglio insieme”.

“Provi, ma non so cosa le diranno…” 

In alcune realtà, proporre dei “giochi d’aula” equivale a sostanzialmente ad ottenere un immediato e secco rifiuto. Probabilmente è la parola a risultare d’impatto: in azienda si lavora e non si gioca, figurarsi se è possibile anche solo immaginare di divertirsi durante una formazione.  Ma le modalità esperienziali attuate in aula si sono dimostrate in grado di coinvolgere e catturare fin da subito i partecipanti, che si sono messi in gioco senza tirarsi indietro e senza “proteggersi” con scusanti ormai radicate nel loro approccio al lavoro. Sicuramente l’effettiva voglia di “fare qualcosa” su alcune tematiche era alta, ma sono comunque rimasto sorpreso dalla partecipazione : non per forza un gruppo deve appartenere ad una realtà fortemente strutturata per riconoscersi in alcune tipiche problematiche relazionali e cominciare a sperimentarsi nell’uso degli strumenti più adeguati per affrontarle. Altro elemento sorprendente è stata la risposta, praticamente immediata, ottenuta dagli incontri formativi:  da un primo approccio fortemente scettico i corsisti sono passati quasi immediatamente ad un coinvolgimento pieno ed attivo, dove il riscontro concreto di quanto sperimentato in aula diventava il punto di partenza obbligato di ogni nuovo incontro.  Con le parole del titolare “il fatto che partecipino tutti, senza fare storie, è incredibile”.

Ma è servito?

In una sola parola: sì. E’ sicuramente necessario aspettare ancora un po’ di tempo prima di poter andare a misurare effettivamente l’efficacia dell’intervento, ma i feedback dei partecipanti sono entusiasti, mentre il titolare riporta di aver visto “un cambiamento forte e positivo”. Davvero niente male, per una realtà che non voleva fare formazione.

Merito delle capacità formatore? Certamente sì 🙂 Ma anche stavolta mi sono portato via una riflessione fondamentale da questa esperienza:  uno strumento altamente flessibile come la formazione esperienziale può facilmente essere declinato su tutte le tipologie di contesti e di aula, purché si rimanga effettivamente “in ascolto” di tutte quelle che sono le effettive necessità e predisposizioni dei partecipanti, oltre che del “mandato” iniziale.

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